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IL CASO ZANFRETTA CLICCA QUA PER SCARICARE L'AUDIO INTEGRALE (15MB 37minuti) dell'intervista di Zanfretta
Si trattava di un essere spaventoso, alto circa tre metri, con la pelle grigia come se fosse grasso o tuta molle, sormontato da una testa di circa 60 centimetri di larghezza con “spinoni” aguzzi posti lateralmente e due occhi gialli triangolari inclinati verso l’alto. Sorpreso, spaventato, terrorizzato da tale orribile visione nonché dallo sguardo inquisitore di quell’essere, il guardiano si precipitava di corsa verso il cancello e correndo all’impazzata in direzione dell’auto, percepiva un sibilo fortissimo, insopportabile, accompagnato da una grande ondata di calore. Voltandosi istintivamente, forse nella speranza di poter scorgere qualcosa che potesse spiegare l’irrealtà che stava vivendo, scorgeva un oggetto triangolare straordinariamente luminoso, accecante, che, compiendo un’indescrivibile accelerazione, guizzava in un lampo verso lo zenith. In preda a indicibile terrore e senza chiedersi come fosse possibile che in quel momento i circuiti elettrici della macchina avessero ripreso a funzionare regolarmente, urlava tutto il suo sgomento nel microfono collegato alla centrale di Genova: «…..non sono uomini, non sono uomini…..». Stremato, si accasciava al suolo accanto all’auto: erano le 00.16 di giovedì 7 dicembre. Sarebbe trascorsa quasi un’ora prima che Zanfretta ricevesse soccorso: i suoi colleghi lo avrebbero trovato in stato di choc, incapace di intendere e di volere, riverso sul prato a sud-est della villa, a circa 80 metri dalla sua auto, con il corpo ed i vestiti caldi malgrado il freddo pungente di quella notte. Il giorno successivo, i carabinieri avrebbero scoperto nel prato dove il metronotte era stato ritrovato, una larga traccia semicircolare di circa tre metri di diametro, dallo spessore di 15 centimetri. Inoltre, un’inchiesta condotta dalle forze dell’ordine stesse avrebbe permesso di accertare che ben 52 testimoni avevano osservato in quelle ore un enorme oggetto luminoso volteggiare sopra Torriglia. Sottoposto nei giorni seguenti a regressione ipnotica, l’uomo non si sarebbe limitato a confermare la sua avventura ma avrebbe altresì aggiunto di essere stato trascinato con la forza all’interno di un misterioso veicolo da quattro esseri mostruosi che lo avrebbero poi minuziosamente esaminato. Il fatto, come si può facilmente immaginare, avrebbe altresì destato un vero e proprio vespaio di polemiche presso l’opinione pubblica che non perse occasione per commentare con battutine mordaci la vicenda del metronotte e la sua sanità mentale. L’esperienza, contrariamente a quanto tutti pensavano e forse, speravano, si sarebbe ripetuta di lì a poco. A bordo di una Fiat 127 diretta nuovamente a Torriglia per il consueto giro d’ispezione, la notte di mercoledì 27 dicembre alle ore 23.46 Zanfretta inviò alla centrale operativa il seguente messaggio di soccorso: «…sono avvolto da una fitta nebbia e non vedo più nulla….la macchina va da sola e acquista velocità, non so cosa fare» seguito esattamente quattro minuti dopo dalle parole, pronunciate questa volta con voce quasi obbediente, «…la macchina si è fermata…vedo una gran luce…ora esco». L’automobile veniva ritrovata dalla spedizione di soccorso sul ciglio di una scarpata (ad un buon numero di chilometri da dove fu inviata la richiesta d’aiuto), con il tetto che scottava e l’abitacolo insopportabilmente caldo malgrado la temperatura intorno allo zero e la pioggia battente. Come poteva aver percorso quel tratto di strada così ampio (tra l’altro dannatamente impervio), senza illuminazione e con pioggia e nebbia, in appena quattro minuti? (la domanda permane ancora oggi, a meno di non prendere per buona l’apparentemente ridicola ipotesi che il mezzo sia stato sollevato dall’alto: la Valbisagno a tal scopo avrebbe in seguito fatto collocare tra la carrozzeria e gli assi dei mozzi-ruota alcuni cavetti d’acciaio a rottura prefissata che si sarebbero appunto danneggiati nel caso che le ruote fossero state sollevate da terra; dopo uno dei tanti “incontri„ , i cavetti furono ritrovati tutti spezzati). Zanfretta veniva invece individuato tra i cespugli, disperato e tremante al punto da dover essere inseguito, bloccato e schiaffeggiato per tornare in sé: «mi vogliono portare via….che ne sarà dei miei bambini?...non voglio…non voglio». Gli abiti erano asciutti e la testa caldissima. Intorno all’auto venivano scoperte orme di grandezza spropositata (lunghe 50 centimetri e larghe 20), nonché un’ampia area a semicerchio di circa tre metri di diametro al cui interno la vegetazione era stata completamente sradicata. Mentre i soccorritori, seguiti per un certo tratto da una misteriosa luce rossa, portavano via il metronotte con le loro auto, i motori e le luci delle stesse si spegnevano inspiegabilmente. Zanfretta nei giorni seguenti sarebbe stato sottoposto ad una nuova seduta di ipnosi regressiva e per fugare ogni dubbio si sarebbe pure prestato alla somministrazione di pentotal, il cosiddetto siero della verità, presso il Centro Internazionale di Ipnosi Medica e Psicologica di Milano. I risultati non avrebbero fatto altro che confermare ciò che una persona seria, razionale, non può, non vuole credere: il soggetto sarebbe stato suo malgrado a contatto con esseri di altri mondi che se ne servivano come di una cavia da laboratorio per i propri intenti. Da ultimo, una visita neuropsichiatrica presso il vice primario neurologo dell’Ospedale San Martino di Genova ne avrebbe accertato le perfette condizioni psichiche e l’idoneità al lavoro in modo incondizionato. Il mistero era destinato a continuare. Dopo i fatti sopra riportati, Zanfretta venne assegnato ad altra zona: invece di lasciarlo sulle isolate alture dell’entroterra, la direzione lo spostò in città, nel levante cittadino, fornendogli una “Vespa„ per i propri giri d’ispezione. Tuttavia la notte del 30 luglio 1979, sarebbe nuovamente scattato l’allarme. Qualche minuto dopo mezzanotte, mentre stava dirigendosi verso una villa presso la quale avrebbe dovuto controllare gli orologi di servizio, il metronotte veniva sollevato (secondo i successivi apporti di una nuova regressione ipnotica) da una misteriosa luce verde verso un soprastante oggetto volante. I colleghi avrebbero ritrovato il motorscooter sulla sommità del Monte Fasce (cima che sovrasta i quartieri a levante di Genova, molto distante dal punto del “prelevamento„) ed il Zanfretta quasi due chilometri più in là che correva nell’oscurità più completa. Come poteva essere riuscito a raggiungere quel luogo, considerato che l’unica e strettissima via lì conducente (Via Apparizione) era controllata da un guardiano notturno messosi con l’automobile di traverso per bloccargli la “Vespa„ se l’avesse vista passare? E come poteva il motore dello scooter risultare freddo al tatto nonostante la salita particolarmente ripida e si fosse per giunta in piena estate? L’ultimo episodio di una certa rilevanza che avrebbe visto protagonista il metronotte ed i suoi misteriosi interlocutori ebbe luogo la notte tra il 2 ed il 3 dicembre 1979. Zanfretta si trovava in C.so Europa (un’importante arteria stradale genovese), fermo ad un distributore automatico per fare benzina quando improvvisamente una misteriosa nebbia lo avvolgeva insieme al veicolo (in seguito sarebbe stato accertato che contemporaneamente si verificava in tutta la zona un inspiegabile black out elettrico) facendone perdere le tracce alla centrale operativa. Scattato il piano d’allarme e mobilitate per tutte le alture le varie radiomobili, la guardia giurata Andrea Pesce comunicava via radio di osservare un grosso disco luminoso nel cielo di Torriglia. Tutte le auto convergevano dunque in zona e da lì, seguendo le indicazioni di Pesce, individuavano la macchina di Zanfretta lasciata incustodita a circa due chilometri dal luogo ove era avvenuto il primo incontro (e quindi a diverse decine da C.so Europa). Del metronotte però nessuna traccia. Proprio mentre volanti, guardie giurate e alcune auto dei carabinieri (l’operativo della Questura aveva infatti voluto partecipare a tutte le fasi della ricerca) si davano da fare per cercare di rintracciarlo in ogni dove, avveniva l’incredibile: gli uomini coinvolti nella spedizione di soccorso scorgevano illuminarsi, da dentro una nuvola stagliatasi improvvisamente contro il cielo limpido di quella notte, due grossi fari che puntavano dritti su di loro. Uno dei presenti, spaventato dal fenomeno, sparava alcuni colpi di pistola contro quelle luci che si sarebbero spente di lì a poco, contemporaneamente al movimento verso l’alto della nuvola stessa. Zanfretta veniva ritrovato mezz’ora più tardi in stato di choc, a circa 500 metri dall’automobile, aggrappato ad un cespuglio vicino ad un precipizio e coi vestiti strappati. Durante la successiva ipnosi, svoltasi la sera di lunedì 3 dicembre, egli avrebbe avuto modo di dichiarare che le entità che lo avevano nuovamente rapito erano appena tornate dalla Spagna dove, con il loro mezzo volante, avevano spaventato della gente in una strada. La mattina seguente, martedì 4 dicembre, il servizio internazionale dell’Ansa avrebbe diramato a tutte le redazioni dei giornali italiani la notizia che a Guadalayara, ad una cinquantina di chilometri da Madrid, un veterinario spagnolo aveva affermato di esser stato seguito da un oggetto volante non identificato mentre si trovava al volante della sua automobile nonché di essere uscito di strada per averne perso il controllo a causa della forte luminosità emanata dall’Ufo. Come faceva Zanfretta a conoscere in anticipo la notizia? Una semplice coincidenza? La vicenda del metronotte genovese non terminò certamente con quest’ultimo, inquietante episodio. Gli avvenimenti sarebbero proseguiti fino al 1980 per poi, almeno ufficialmente, cessare. A venticinque anni esatti di distanza dai fatti di Marzano di Torriglia è ancora estremamente difficile esprimere valutazioni conclusive sul caso Zanfretta: prove inconfutabili dei suoi presunti incontri con esseri di altri mondi, come si è visto, non ve ne sono. Permangono invece molti interrogativi su una vasta serie di circostanze che contribuiscono a rendere la vicenda per molti versi inspiegabile. Certamente non è poco poter dire oggi che non si trattò di un’esperienza allucinatoria né di una contraffazione: in tal senso i molti riscontri evidenziati nonché i risultati delle analisi mediche parlano chiaramente. A questo proposito va ricordato che il metronotte fu sottoposto ad ipnosi regressiva perché degli avvenimenti di cui sarebbe stato protagonista non serbava, a livello cosciente, che un flebile ricordo. Tramite il sonno ipnotico, gli specialisti fecero emergere dalle sue memorie ciò che egli riteneva assolutamente vero, la realtà soggettiva: non è detto, naturalmente, che essa combaci con quella oggettiva. Ma se Zanfretta non fu mai licenziato e la stampa, anche quella più negativa, non arrivò a distruggerlo fu perché tutti erano convinti della sua buona fede. Egli era stimato come individuo onesto e con pochi fronzoli, dedito al lavoro e non certo propenso a farsi pubblicità, perlomeno in quel modo: quali vantaggi avrebbe potuto arrecare ad una guardia giurata affermare di aver visto gli Ufo? E difatti dal gran clamore che si sviluppò intorno al suo caso (venne invitato a Portobello, a trasmissioni televisive private e nazionali, comparve su rotocalchi, interviste, articoli giornalistici in India, Brasile, Australia e persino su importanti riviste statunitensi) non ci guadagnò mai nulla se non la fama dello squilibrato, dell’ ubriacone (per giunta l’uomo è pure astemio), nella migliore delle ipotesi del tizio in malafede alla ricerca della notorietà. Le vistose trasformazioni fisiche che dall’inizio delle avventure notturne ne modificarono i lineamenti (oltre ad essere messo sotto osservazione per le urine di colore verdastro, ingrassò 14 chili e si incanutì vistosamente) erano lì tuttavia a testimoniare qualcosa di diverso. Liquidare tutta la vicenda con una battuta è in realtà soluzione troppo comoda ed oltremodo semplicistica. Purtroppo il non aver potuto proseguire a suo tempo le sedute di ipnosi (l’inconscio del metronotte sembrava ormai pilotato da qualcosa o da qualcuno esterno a sè) ed il fatto che l’unica presunta prova delle sue avventure (una specie di sfera dalle ignote funzioni che gli alieni gli avrebbero affidato in custodia per poi un giorno tornare a riprendere) non fu mai mostrata a nessuno, finì per contribuire notevolmente a far calare un velo di silenzio sulla vicenda. Poiché il problema non poteva essere risolto, per liberarsi dell’oppressione dell’opinione pubblica e dei mass media, i dirigenti della Valbisagno adottarono la lenta ma sicura tecnica del riserbo più assoluto, riuscendo pian piano a far cadere il tutto nel dimenticatoio. Il fatto di cronaca però rimane. E con esso la realtà delle sue conseguenze. Ad onta delle tante opinioni, il mistero Zanfretta risulta, ancora oggi, irrisolto. |
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